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Ostacoli
Parole di Caterina Corucci ~ Illustrazione di Beatrice Nicolini
Posted in Indifferenziata on 10 Febbraio 2020 6 min read
Cochlea Previous Giorni di bromo. La resurrezione lisergica di uno storpio sociale Next

Prima o poi deve pur ricominciare a scrivere, lasciar fuori le ombre oppure usarle, comunque scrivere. Gli hanno commissionato un racconto e lui ha accettato, però le idee non vengono. Accende la televisione, tra la tanta spazzatura proposta ogni tanto passa qualcosa di buono, magari un film interessante, un programma utile; potrebbe trovare un appiglio per la storia giusta.
Scarrella fra i tanti canali, sul 302 c’è un film già iniziato, produzione non americana, interpretazione poco fluida, ambiente cupo.

Sullo schermo una coppia sta preparando i bagagli; lui dice: “da quanto tempo lo ha lasciato qui? Speriamo che venga a riprenderselo presto, abbiamo l’aereo tra poche ore”.
La coppia è in partenza, sta per trasferirsi da Teheran a Melbourne, una vita e un lavoro li stanno aspettando, tutto già organizzato, mesi di trattative, una casa trovata a distanza intercontinentale grazie a un amico.
“Vado a vedere se si è svegliato, tu intanto chiudi i contatori”, dice la donna.
La telecamera inquadra un neonato avvolto in una coperta al centro del letto matrimoniale, in una camera ormai spoglia, gli armadi aperti e vuoti, il materasso nudo.
Poi l’inquadratura si sposta sull’uomo, è in un terrazzo chiuso con veranda, il contatore del gas, il contatore dell’acqua.
La donna lo raggiunge dicendo sottovoce: “non oso neanche toccarlo, se si sveglia e piange non finiamo più di sistemare le cose, qua”.
“Certo, si tratta di un’emergenza ma non penso che la signora Fariba sarebbe contenta di sapere che la baby sitter ha lasciato suo figlio ai vicini, insomma, è una responsabilità”.
“Dài, può capitare, la ragazza è andata in farmacia, mica a farsi le unghie”.

A quel punto lo scrittore si incuriosisce, si mette comodo sul divano, si toglie le scarpe. È solo, sua moglie ormai vive da sua madre, in quella casa non ci vuole più stare anche se è passato quasi un anno. Le domeniche ormai sanno di una sospensione così liquida da poterci nuotare dentro.

Sullo schermo i personaggi cominciano a inquietarsi, la baby-sitter non è ancora tornata e i due tra poco dovranno partire. L’uomo telefona al servizio taxi e prenota un passaggio per l’aeroporto; la donna va a suonare alla porta dei Fariba, nella speranza che qualcuno sia rientrato. Poco dopo ritorna senza aver trovato nessuno, dall’ingresso chiama lui e non ottiene risposta. La telecamera inquadra scatoloni, un divano coperto da un lenzuolo, spazio, tanto spazio. Lei va in camera e lo trova sul letto, chino sul bimbo:
“Non respira!”.
“Cosa stai dicendo? Sveglialo!”.
“Non si sveglia! Non respira, è morto!”.
“Non è possibile, ma cosa stai dicendo? Fai vedere. Chiama un’ambulanza!”.

Lo scrittore blocca il respiro, prende il telecomando e fa per spegnere, ma si ferma. Resta così per qualche secondo, con il telecomando puntato come un’arma inefficace. Poi mette in pausa e si alza. In cucina tira fuori un bicchiere dalla credenza, lo appoggia sul tavolo, poi prende la bottiglia di whisky e ci si attacca. Torna in sala e si sistema nuovamente sul divano, la bottiglia appoggiata per terra.

La telecamera segue gli attori con ripresa a mano e cattura i passi della donna che fa avanti e indietro ai piedi del letto con le mani tra i capelli, poi torna sull’uomo. Sta prendendo il telefono e compone un numero, risponde il centralino dell’ospedale. Prima che l’uomo parli la donna gli toglie il telefono di mano e interrompe la telefonata: “No, aspetta, riflettiamo. Manderemo tutto a monte, lo sai? Abbiamo un aereo da prendere!”.
“Riflettiamo su cosa? Magari lo salvano, dammi il telefono!”.
“È morto! Non si può fare niente, niente! Quella ragazza, maledetta! E se fosse stato già morto quando ce lo ha portato?”.
L’uomo cerca una risposta, muove gli occhi come dentro di sé.
“Lo hai preso in braccio tu, cerca di ricordare, era sveglio? Si muoveva?”.
“Sì… non so… non ricordo. Mi pare di sì”.

In casa squilla il cellulare. Lo scrittore mette di nuovo in pausa e si alza per rispondere, ha lasciato il telefono in camera. È sua moglie, lui le chiede di tornare a casa, le manca. Lei risponde che non è pronta, voleva solo salutarlo. Lui dice che loro due esistono ancora, insieme devono solo trovare il modo di sopravvivere. Parlando si avvicina al piccolo altare allestito sul cassettone e carezza con il dito il candelabro in ottone a tre candele. Silenzio. Poi lo scrittore torna nel salotto. Play.

Sullo schermo c’è sgomento, ombre, vuoto.
La donna guarda l’orologio, poi dice: “se era vivo o no, non cambia nulla. Arriverà la polizia e noi non partiremo più, noi… chissà cosa succederà adesso…”.
La donna si siede, si prende la testa fra le mani. L’uomo torna vicino al bimbo, lo avvolge di nuovo nella coperta.
La telecamera inquadra una porta, un campanello, un dito che lo suona. La porta si apre, c’è una signora anziana con una pezzuola in capo e le occhiaie scure; dietro di lei, spazi pieni di mobili e ninnoli. Davanti la coppia. È lui a parlare:
“Buongiorno signora Sahedi”.
“Buongiorno, ditemi… ma non dovevate partire oggi?”.
“Infatti stiamo andando, e speriamo che lei possa aiutarci, la tata della signora Fariba, terzo piano, ci ha affidato il bambino perché è dovuta scappare per un problema, ma i genitori stanno rientrando. Noi abbiamo il taxi che ci aspetta qua sotto. La prego, può tenere il bambino? Sta dormendo, può adagiarlo sul letto così come è, non le darà fastidio. I genitori stanno arrivando”.
Senza darle il tempo di pensare le porgono il cadavere del bimbo infagottato, l’anziana tende le braccia, lo prende.
La scena successiva è in strada, il taxi arriva, i due salgono, l’autista sistema le valigie nel portabagagli. Poi il taxi parte, la città sfila grigia e la donna la guarda dal finestrino senza vederla; l’uomo si copre gli occhi con le mani, piange.

Lo scrittore respira a fondo, spera che non sia finito, invece sì, lo schermo diventa nero. No, non potrà farne una storia.
Torna di là, davanti alla porta chiusa della cameretta di Lorenzo. La apre, sospensione liquida, ci nuota dentro e arriva al centro della stanza. Se vuole che sua moglie torni a casa deve cominciare con il togliere le foto, magari partendo da quella composizione di tre immagini: lei taglia quarantadue sulla spiaggia, davanti al pedalò; lei con il pancione sulla spiaggia, davanti al pedalò; il piccolo Lorenzo a sei mesi sulla spiaggia, davanti al pedalò. E magari potrebbe togliere di mezzo la culla. E i vestitini dall’armadio. Ma non lo fa.

Torna in salotto, alla tivù scorrono ancora i titoli di coda.

di Caterina Corucci

Illustrazione in copertina di Beatrice Nicolini


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