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Giorni di bromo. La resurrezione lisergica di uno storpio sociale
Parole di Edoardo Gazzoni ~ Illustrazione di Andrea Innocenti
Posted in Indifferenziata on 4 Febbraio 2020 20 min read
Ostacoli Previous Nome in codice: Rudolph Next

Giorno 1

L’addetto agli ingaggi mi aveva detto: “mai, mai per nessun motivo ordina un’acqua menta. Chiaro? Mai”. E stringendomi la mano aveva detto di presentarmi al molo il giorno seguente, di buon’ora. Succedeva due settimane fa.
Mi ero imbarcato su questa nave da crociera. Conoscevo un tizio, una volta, e mi aveva detto: “ehi, tu saresti perfetto capisci? Hai il muso da alto mare”. E questa cosa delle navi da crociera mi era rimasta lì, fino al giorno in cui, ok. È ora.
Pulivo, capisci, pulivo i pavimenti e condividevo la cabina con un filippino enorme.
“Ascolta, sei nuovo, ti spiego un paio di cose. La branda è tua ok? Ma la cabina è di tutti. Adattati”. Adattarmi voleva dire accettare che dopo il turno si portasse un paio di colleghe diverse ogni sera in camera, scambiando erba e anti depressivi per qualche favore sessuale abbastanza rumoroso da non permettermi di dormire, ma non abbastanza interessante da spingermi a partecipare. “Accomodati se vuoi”, mi aveva detto il terzo giorno mentre si sbatteva la cameriera coreana del terzo piano proprio sotto la mia brandina.
Il resto del tempo era scandito dallo scorrere di corridoi tutti uguali e qualche ritrovamento; dentro uno dei grandi vasi della discoteca di bordo, uno di quei cocci pacchiani stile Cesar Palace, capisci? Avevo trovato un paio di bottigliette d’acqua piene di piscio e un preservativo insanguinato. Va bene, mi sono detto buttandoli nel sacco a carrello del turno del mattino. Va tutto bene.
C’era questa ufficiale, una donna sui trentacinque, che fin dal primo giorno aveva iniziato a guardarmi. A distanza, da dietro gli angoli, ogni volta che passavo a pulire me la ritrovavo poco oltre a fissarmi.
Passandole a fianco avevo provato a salutarla, con il rispetto dovuto si intende, e senza aggiungere altro mi aveva sputato in faccia ed era rimasta li come ad aspettare una mia reazione, poi se n’era andata.
Il filippino mi aveva detto di starle lontano, che era una che portava guai. E credimi, il filippino non era uno dai modi deferenti. O no, credimi, non lo era affatto.
“Cosa intendi?”.
“Non ci provare, non fare domande, capito? E smetti di raccontarmi i cazzi tuoi. Adattati”.
I nostri clienti sono per lo più donne di mezza età e vecchi puttanieri vicini alla pensione, di solito contornati dalle famiglie, o strane combinazioni di coppie che non sai mai se si siano imbarcate per fare pace o per mollarsi del tutto.
C’è una strana idea che circola a bordo: chi pulisce i pavimenti è una specie di puttana. In due settimane è già successo tre volte che le suddette donne di mezza età si facessero trovare in cabina pronte a essere montate senza alcun ritegno e con un’espressione come a dire: “Non penserai che ho speso millecinquecento euro per guardare il panorama?”.

Giorno 35

Mi sto ambientando. Ho stretto un patto con il filippino enorme. Io gli do la mappa aggiornata delle cabine libere e lui va a sbattersi le sue puttane lontano della mia branda. Inoltre, come mosso da gratitudine, mi ha lasciato un tòcco di fumo preso direttamente dalla riserva segreta della sala ufficiali.
Devi capire, se vuoi capire cosa diavolo ci faccio qui, che non puoi lavorare più di un paio di giorni su una nave da crociera senza strafarti. Non puoi. Non succede e basta, ok?
Quelli più da vecchia scuola si limitano a ubriacarsi, ma è pericoloso, perché se il mare si fa grosso, dicono i più esperti, e ti trova ubriaco, diventi cattivo. Molto cattivo.
E sì che in questo mese ne ho visti di clienti diventare cattivi.
L’ufficiale continua a guardarmi da lontano, ho il sospetto che abbia un vibratore su per il culo. L’ho vista armeggiare distrattamente con una sorta di cerca persone e poi mordersi le labbra, facendo finta di leggere un messaggio. Ma ehi, nessuno ha più quei cosi e gli altri ufficiali usano uno smartphone. Il filippino, steso sulla branda, continua a dirmi di lasciare perdere. Ha una voce profonda, e questa faccia schiacciata e perennemente sudata, con la quale propina le sue verità come se fossero delle profezie. A volte lo sento la notte parlare nella sua lingua, forse manda dei vocali a casa. E la voce diventa immediatamente acuta.
Credo che ormai si sia scopato chiunque qua dentro, chiunque a parte me. “Ci dobbiamo vivere qui ok? Non te la prendere se non ti scopo”, mi ha detto lunedì scorso toccandomi il culo.
Penso che abbia un problema.
Il capitano ci ha radunato nella sala macchine dicendo che alcuni clienti si erano lamentati per il pessimo servizio degli addetti alle pulizie.  “Ascoltate ragazzi, siete qui per soddisfare i nostri clienti, è chiaro?”.
No, non era affatto chiaro. L’addetto alle assunzioni non aveva parlato di stupri durante il colloquio e sai una cosa? Da quando sono qui non ho ancora visto il mare.
“Hai il muso da alto mare”.

Giorno 36

Oggi l’ufficiale che doveva essere di turno in comando non si è presentata.
L’hanno trovata chiusa in cabina con una maschera di plastica sul viso, truccata come una bambola e un cappio legato alla maniglia della porta. È stata portata in infermeria, dicono. Pare che si stesse soffocando per provare piacere.
Ho deciso di passare a trovarla, subito dopo il turno del mattino. Ho strappato un fiore dal ponte di coperta e sono entrato in infermeria. Il medico non ha fatto storie, essendo il fornitore di farmaci del filippino e dovendomi un favore per quella cabina vuota che gli ho detto qualche giorno fa.
L’ufficiale pareva dormire, ma muoveva il naso come a saggiare la presenza di altre persone, o prede, all’interno della stanza. Quando mi sono seduto di fianco al letto ha aperto una fessura tra le palpebre e vedendomi ha abbozzato un mezzo sorriso. Ho appoggiato i fiori sul comodino stracolmo di flaconi di fentanyl e sono stato per un po’ a guardarla.

Giorno 40

Abbiamo attraccato per la terza volta durante questo viaggio dalla Spagna alla Terra del Fuoco. Caraibi.
Ho deciso che non scenderò mai a terra per tutta la durata dell’ingaggio. Inizio ad amare questi spazi stretti e l’assenza di luce naturale. C’è qualcosa che mi calma ad evitare il sole. Qui tutto sembra così normale.
Ma sai, mi piace ascoltare. Ti ricordi no?
E così verso sera ho abbordato al bar una delle vecchie e mi ha raccontato di come a terra, proprio dietro il porto, avesse visto questa scena. Una di quelle storie da strada che ti aspetti nei paesi del cazzo capisci? “Insomma”, attacca la vecchia, “stavamo guardando le banchette del mercatino quando sentiamo un grido e un energumeno vestito da donna ci corre in contro con i tacchi in mano. Dovevi vederlo, tutto barba e paillette… e che spalle! Che spreco, cazzo, credimi, ci avrei fatto un giro volentieri” e intanto allungava le mani, ma insomma io ci stavo capisci, “ci viene in contro, dicevo, e chiede di farlo salire sulla nave. Che avevamo l’aria dei turisti e un sacco di altre cose che parevano troppe per uno che sta scappando da qualcosa. Ma io non mi faccio mica fregare eh! Ah no! Deve ancora nascere chi fotte Mariella senza permesso, intesi?” quella mano grinzosa sulle ginocchia mi faceva tornare su il gin tonic che le avevo scroccato, cazzo. Volevo solo una storia. “Dopo poco si avvicina un agente e chiede se va tutto bene, e allora Lara…”.
A quanto pare il tizio vestito da donna era stato minacciato, dopo aver provato a derubare un turista sceso dalla nave attraccata di fianco alla mia, capisci?
Ma tu? Che mi racconti?

Giorno -1

Domani si parte, e quando leggerete la mia lettera saprete che non appianerò nessuno dei conti in sospeso che mi lascio alle spalle, che non avrete altre spiegazioni e che soprattutto, non ci vedremo mai più. E sì, anche questo: fanculo!
La terra era sempre troppo vicina, così dicevano i vecchi marinai in pensione. A loro non mancava il pisciare storti nelle cabine e quello scorrere del sale sulla pelle, perennemente, anche quando faceva bonaccia.

Giorno 60

Inizio a sentire qualcosa, qualcosa di rotto tornare a posto, come se avesse trovato spazio dopo l’aver gettato a mare dei rifiuti cui si era affezionati per pigrizia. Che posso dirti? Il filippino enorme è stato messo agli arresti dal capitano. Senza che nessuno abbia capito perché. L’ufficiale, una delle poche che potrebbe sapere qualcosa, è chiusa nella sua cabina da giorni, colpita da un’epatite che, pare a gli addetti alle cucine, abbia contratto dopo un affaire con il capo magazziniere.
Qui tutti scopano con tutti, e siamo spesso strafatti. Abbiamo perso la rotta ma siamo in un punto in cui nessuno vuole davvero venirci a cercare, o forse…
Forse sto solo mentendo per dare un senso ai giorni su quest’isola di acciaio imbiancato, capisci?

Giorno 150

La nave non vede terra da due mesi. È stato deciso dal comitato, abbiamo inviato un elicottero a spiegare agli altri che non saremmo tornati e questa comunicazione, che hai sullo schermo, è tra quelle inviate. Noi, i baccanti del mare abbiamo dichiarato la nave come stato indipendente. Abbiamo inoltre deciso che avremmo vissuto di razzie e pesca. I partiti che si sono creati all’interno dell’imbarcazione concordano sulla necessità pregnante di una nuova epoca, definita dalla nostra precisa volontà individuale, e dalle droghe. La vita separata, circondata dall’acqua, di questi mesi ha fatto nascere in noi un sentimento basale. Qualcosa che era rimasto sopito.
Non abbiamo più nulla a che fare con voi, i terricoli, i vermi.
Non possiamo accettare che questo finisca.
Il filippino enorme ha deposto il capitano, volenteroso di rimanere fedele allo status quo. L’ufficiale, ora, ha il controllo delle parti tecniche della nave. Noialtri, re ognuno della propria cabina, viviamo in uno stato di caos e concordia, le controversie vengono risolte con il sesso.
Abbiamo deciso, dopo un’orgia a base di salivazione e piquerismo, di adottare una bandiera degna del nostro credo. Un telo cerato coperto di escrementi.
Noi. Non siamo. Umani.

Giorno 0 della nuova era

A sera ci sediamo attorno al fuoco acceso sul ponte. Lo ricaviamo bruciando ogni giorno qualche effetto personale e dei mobili, non pensiamo a razionare le nostre scarse risorse. Pensiamo invece a quali storie raccontarci. Sentiamo il bisogno profondo di una nuova identità. Tutto ciò a cui eravamo legati inizia a dissolversi. Non possiamo più tacere i sogni che invadono le nostre anime quando cadiamo sfiniti sulle brande o in giro per la nave.
Sta diventando un rito, sfinirsi fino a svenire per risvegliarsi dove il caso aveva deciso di spegnerci.
Nulla di ciò che diciamo è più vero o falso. Sono veri i toni del cielo, il profumo dell’acqua misto agli scarichi della nave e ai loro olezzi.
L’ufficiale si siede su una catasta di panni, proprio di fronte alla sagoma enorme del nuovo capitano. Come due poli di un cerchio alchemico distillano parole che paiono profezie. Non ricordiamo nulla di ciò che viene detto, ma sappiamo che stiamo costruendo i pilastri di un mondo più adatto a noi.
La logica che aveva portato ognuno a imbarcarsi, se vista attentamente sotto la lente dell’impulso, conteneva, ognuna a suo modo, il germe di questa colonia.

Anno 2 della nuova era

Abbiamo deciso di volare.
Attorno al fuoco abbiamo scoperto l’esistenza di un nano. Un nano aviatore.
Sta modificando la nave per far sì che possa alzarsi dall’acqua.
Questo mare, che era stato la porta della nostra rivelazione, è ormai chiaro essere diventato troppo stretto.
Un anno, un anno di libertà entro cui abbiamo esplorato la natura profonda di noi stessi e ci siamo alzati dalla cenere che ci copriva il capo.

Alba, giorno del varo stellare

L’enorme orco in divisa sbuffava fumando appoggiato alla porta del settore 5-C.
“Ehi, vuoi dell’erba?”.
“Cazzo bestione, no! Dobbiamo partire e io sono ai motori. Vuoi esplodere senza neanche lasciare l’atmosfera?”.
“Sentimi bene, idiota. Non si rifiuta la mia erba, capito?”. La mano artigliata porgeva il mozzicone di una canna arrotolata con cura, difficile credere che fosse stata maneggiata dal bestione.
“Ma fottiti, imbecille, e pensa a fare la guardia a questa cazzo di porta”.
Uno scricchiolio sordo proveniente dall’altra parte dello scafo invase per qualche secondo l’intero androne. Le luci, posizionate ovunque come a indicare un eccesso di comandi, l’insufficienza di una sintesi, tremolarono.
“Devo andare, grazie per l’erba: come se l’avessi fumata”.
Corridoi, cunicoli di metallo e stanze si susseguivano senza pace nello spazio ridotto della nave.
Il nano aveva lavorato alacremente, senza mai fermarsi e noi, tutti noi, avevamo iniziato il nostro viaggio verso le stelle. Prima di tutto avevamo adattato i nostri corpi.
Come farfalle, i mesi intercorsi tra la scelta e il varo di oggi, erano stati una crisalide lisergica che ci aveva trasformato.
Orchi, fate, elfi, streghe, creature allucinate di ogni tipo avevano preso il posto delle nostre facce negli specchi infranti delle nostre cabine, come in quelli rinnovati delle nostre anime. Ma c’era solo un nano.
L’ufficiale e il bestione avevano deciso di fondere le rispettive fronti per diventare un unico ente ermafrodito.
Nell’infinito amplesso che costantemente univa i loro cervelli e le loro gonadi compenetrate, cantavano con voce imperiosa le gesta che saremmo andati a compiere.
Non tutti avevano retto a questo cambio di prospettiva.
La ricostruzione della nave aveva spinto alcuni di noi verso una strana nostalgia, o alla volontà di far parte delle paratie e dei muri. Era avvenuta la fusione con la nave, ed erano stati sostituiti come bulloni necessari da una serie di parti mostruosi dell’ermafrodito.
“Cosa succede?”.
“È un problema di calibratura. Dobbiamo registrare i motori e testare ancora una volta la tenuta dei collettori del propellente. Datti una mossa, sfigato! Dobbiamo partire tra cinque ore. Chiaro?”.
“Sì, nano!”, dissi impettito nella tuta da capo tecnico.
“Muoviti, andiamo, andiamo! Prendi quei cavi, ecco, così”.
Ogni cosa vicino al nano odorava di carbone, e il suo corpo tozzo, fasciato in un grembiule di pelle spessa da fabbro dava l’idea di finire in un altro tempo. Qualcosa di più stabile, di certo, lo circondava con un misto di affidabilità e rabbia.
Il nano poteva apparire e scomparire, passando da un punto all’altro della nave, come se fosse parte di essa, i capelli metallici, decorati con laccetti di pelle e perline d’osso rimbalzavano sulle sue possenti spalle gobbute e la barba, bruciata e strappata, nascondeva una bocca con ben pochi, marcissimi, denti.
“Così non va, animali! Dovete crederci, intesi?”.
Continuava a urlare per tutto il giorno, con gli occhi quasi fuori dalle orbite, meno che durante i pasti.
Quando si nutriva assumeva una posa primitiva, irsuta, e si chiudeva in un silenzio aberrante che faceva seccare l’aria.
Il nano e l’ermafrodito a volte si ritiravano in quella che era stata la grande sala da pranzo di prima classe. Allora le porte si chiudevano e noi, il popolo, potevamo sentire come un grido sotto forma di rumore elettrico. In quei momenti vedevamo pezzi di nave spostarsi e riassemblarsi. Anche i nostri corpi subivano delle modifiche.
Qualcosa di noi stava andando più in profondità e molto altro veniva a galla. 

Anno 7 della nuova era

Il varo, ormai un ricordo tardivo nelle nostre memorie metalliche, era andato bene. Ma aveva richiesto alcuni sforzi importanti. Molti di noi erano stati chiamati a sostenere l’impresa definendo i confini della nave con i propri corpi. Molti altri erano stati ricombinati per creare feci utili alle colture spaziali. Noi, ultimi superstiti della nave da crociera, guardavamo le stelle nella nostra eterna orgia di disillusa speranza verso un futuro basato sulle distanze.
Negli ultimi due anni avevamo vagato serenamente lungo il confine psicologico del sistema solare. Il rumore bianco che riempiva le orecchie non appena tendessimo al silenzio aveva indotto tutto l’equipaggio a una logorrea ininterrotta. Il commento perpetuo dell’universo. Un lungo telegiornale di fatti totalmente inutili.
“Ed ecco il corridoio 5, corroso da una lieve ruggine, fare capo a uno spigolo…”.
“Dal terzo oblò del quinto ponte si possono vedere le sagome delle prime cinque lune di Giove”.
Avevamo istituito una sera fittizia, utile per definire i ritmi di quel panfilo senza peso. Il nano era l’unico che sapeva tacere, e dirigeva il vecchio timone in legno impregnato come se sapesse perfettamente dove dirigerci. Il suo sguardo tradiva un’impazienza ponderata e il ghigno sulla sua faccia faceva sospettare una sorta di complotto. L’ermafrodito però tendeva a rassicurarci.
Nulla sfuggiva al suo controllo, diceva, e chiunque l’avesse messo in discussione sarebbe morto, ricombinato in un prolasso senza fine.
E poi tutto cambiò. In una delle ore senza numero degli anni ormai privi di cognizione la barba fumante del nano mi si parò davanti.
“Venga con me. Ora”.
Senza aggiungere altro le gambe tozze di quell’essere maestosamente minimo presero la direzione delle scale. Ponte 18. E poi giù verso la pancia luminosa dello scafo. Ed io senza dire una parola lo seguii.
“Dobbiamo registrare la coppia dei motori, tenga”, disse porgendomi una grossa chiave “non posso farlo da solo e lei, a quanto pare, ha abbastanza equilibrio da potermi aiutare”.
“Signor sì” la mazza pesava più di quanto non sembrasse. Aveva lo stesso odore del nano, ferrosa e calda, ma era nulla rispetto all’immensità pulsante del motore. Qualcosa di ciclopico, come un occhio, sembrava spostarsi in una immensa vasca di luce supportata da immense colonne di una lega metallica sconosciuta.
Io ero sempre stato il tipo di persona a cui andava bene più o meno tutto, senza che nulla fosse fondamentale. Un tipo da “perché no?”.
Non farsi coinvolgere troppo era stata una cifra che aveva finito per mettermi costantemente in un sacco di casini. La verità è che non valevo nulla e mi tenevo in disparte, ma sempre nelle situazioni più intricate. Ero l’eterna comparsa, un gregario che amava essere la virgola di un grande romanzo.
Da bambino mi portavano in un parco vicino a casa. Un quartiere fitto di palazzine tutte uguali, dove i sentimenti, le emozioni e le idee non potevano crescere oltre il livello del terreno, quanto bastava per sopravvivere e restare, esattamente, fermi sul posto.
Tutta la mia famiglia era così. Immobile, non fosse stato per il cigolare dell’altalena avrei potuto dire di essere cresciuto in un terrario.
La droga, unico legante sociale per giovani e meno giovani, scorreva come una fogna a cielo aperto per le strade, nelle case, e nei tubi del cesso quando arrivava la polizia. Eravamo morti senza mai accorgercene.
“Datti una mossa, di là capito?” Il nano stava gridando in cima alla vasca di luce, illuminato come un tizzone ardente sembrava ardere di una rabbia preoccupata. Seria.
“Devi dare due giri a destra, uno a sinistra e altri due a destra. Non sbagliare, sennò siamo fottuti”.
In mano teneva una sorta di schermo e borbottava a un microfono. L’occhio nella vasca sembrava rispondere alla sua voce muovendosi e roteando come ad eseguire dei comandi. Io, come un automa, avevo iniziato a muovere la chiave come mi era stato detto. Ero nudo, avvolto da un tepore vitale. Stavo assistendo a un parto.
Un suono enorme, sordo, poi uno strappo e lo scossone di una frenata. Sotto i miei piedi si stava aprendo una voragine che dava dritta sullo spazio aperto. La vasca era diventata molle e le enormi colonne metalliche ora sembravano liane, nervi di un gigante che spingeva su un cesso puntato sull’universo.
“Bravo ragazzo, ci siamo quasi. Ora non puoi sbagliare. Vai dall’altra parte e da’ un colpo forte alla vasca. Capito? Forte, per dio!” Il nano correva, come una cometa portava la sua barba in fiamme da una parte all’altra della vasca continentale. “La chiameremo casa, capisci? Casaaaa!!!”.
Arrivato dall’altro lato potevo vedere una ciste rossa pulsare all’interno del bagliore principale. Un passo, due, tre passi. Le spalle tese, il peso sopra la testa e poi il colpo.
Lo scafo si spezzò in silenzio, la luce, l’occhio e il nano come ridotti a una broda primordiale fluirono all’esterno. Lo spazio siderale esplose in una grandine di lapilli e la nave svuotata iniziò a sibilare. Non c’era più aria né gravità. Solo la certezza che qualcosa dopo tutto avesse un senso.

Ore 10.00 di lunedì mattina, anno 1

Il prato di casa era azzimato, come la barba di un vecchio dandy osceno e pedante. Il vialetto di pietre levigate portava al garage. La serranda automatica scorreva con un ronzio lieve tutti, dai loro cortili, potevano salutare allegri l’inizio di una nuova settimana.
Eravamo così proficui.
Lo scafo si ricompattò. Molti ponti erano stati distrutti durante il parto. Ora lo scafo lasciava vedere oltre, l’orizzonte di un pianeta verde e azzurro. Compatto, nudo. Potevo sentire la presenza del nano sulla superficie e un grande occhio apriva per la prima volta il suo sguardo verso di noi da uno degli oceani. Era pieno d’amore.

di Edoardo Gazzoni

Illustrazione in copertina di Andrea Innocenti


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