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Those strange and wonderful times; Morris K. Jessup, Carl M. Allen, Gray R. Barker e altri creatori di miti del XXI° secolo (parte prima).
Parole di Vincenzo Moggia ~ Illustrazione di Andrea Stendardi
Posted in Scorie on 25 Febbraio 2020 23 min read
Those strange and wonderful times; Morris K. Jessup, Carl M. Allen, Gray R. Barker e altri creatori di miti del XXI° secolo (parte seconda) Previous Cochlea Next

as is so often the case, the true story
is way, way stranger than the myth
C.R. Rookwood

Introduzione

Aprile 1956. Un pacchetto indirizzato all’Ammiraglio Furth, con le parole “Buona Pasqua” scritte sull’involucro, arriva alla sede dell’ONR – Office of Naval Research – di Washington, D.C. Contiene una copia del libro The Case for the UFO di Morris Ketchum Jessup, piena di bizzarre annotazioni a margine in tre colori diversi. L’Ammiraglio Furth se ne disinteressa. Ma altri due ufficiali, Sidney Sherby e George W. Hoover, hanno un interesse personale riguardo al fenomeno UFO, e così dedicano al libro una certa attenzione.

L’anno successivo Sherby e Hoover invitano l’autore Jessup a Washington per mostrargli l’insolito oggetto. Quando vede le annotazioni, Jessup riconosce la calligrafia e il peculiare stile, frammentato e sgrammaticato, di almeno uno degli annotatori: si tratta della stessa persona che l’anno precedente gli aveva scritto, cercando di dissuaderlo nel continuare la sua opera divulgativa sul fenomeno UFO, giustificando il suo timore con il vago racconto di strani esperimenti dalle terribili conseguenze avvenuti nel decennio precedente. La persona in questione si firma Carlos Miguel Allende oppure Carl M. Allen.

La versione annotata del libro di Jessup viene prima edita in poche copie “artigianali” dalla Varo Manufacturing Company di Garland, Texas. Una copia di questa edizione arriva poi per vie traverse, quindici anni dopo, a Gray Roscoe Barker, ufologo e titolare della Saucerian Press. Barker aveva conosciuto Jessup tempo prima: quest’ultimo era stato, in un certo senso, uno dei suoi “mentori” nel campo dell’ufologia. Agli inizi degli anni ’70, dopo che la carriera di Jessup si era bruscamente interrotta con il suo “misterioso” suicidio, il libro The Case for the UFO era ormai introvabile, una rarità per collezionisti. Per non parlare dell’edizione annotata, che nel campo dell’ufologia era già diventata un mito, ma ne circolavano solo pochi frammenti in astruse pubblicazioni. Su tutta la vicenda Barker aveva già pubblicato un libretto nel 1963, The Strange Case of Dr. M. K. Jessup. Pubblicare l’edizione Varo del libro di Jessup sarebbe stato il suo prossimo passo.

È così che le storie di questi tre individui, figure centrali nella storia dell’ufologia, si incontrano e si intrecciano peculiarmente intorno a un presunto esperimento che avrebbe avuto luogo nell’autunno del 1943: l’Esperimento di Filadelfia (Philadelphia Experiment). In questo articolo ci proponiamo di introdurre i lettori a queste tre diverse storie, alle umane oscurità che nascondono, e ai cosmici miti che contribuirono a creare, miti che impregnano l’immaginario collettivo ancora oggi, nel nostro “post-apocalittico” 2020, a quasi ottant’anni dai primi eventi che costituirono la loro origine[1].

I. Morris Ketchum Jessup

The voice I raised has echoed
in the cave of research
Morris Jessup

Sulle tracce degli UFO. Morris Ketchum Jessup nacque il 2 (o il 20, a seconda delle fonti) marzo 1900 a Rockville, Indiana. Il nome deriva da quello di un ricco zio, che fu noto finanziere e filantropo dell’800: Morris Ketchum Jesup. “Jesup Sr.” finanziò molte spedizioni di ricerca, e una di queste, guidata dal comandante Robert Peary, diede il suo nome al punto più a nord della Groenlandia, Cape Morris Jesup appunto.

“Jessup Jr.” servì l’U.S. Army, e arrivò alla qualifica di Sergente. Poi studiò matematica e astronomia alla Drake University (Des Moines, Iowa) e poi all’Ann University (Michigan) dove ricevette il “Master of Science” nel 1926. Cominciò a lavorare per un dottorato in astrofisica, che però non concluse mai.

Durante gli studi per la laurea, Jessup lavorò in Sudafrica, in qualità di assistente del dr. R. A. Rossiter al Lamont-Hussey Observatory di Bloemfontein. In questi anni scoprì molte stelle binarie. Secondo fonti dell’Università, al tempo in cui rinunciò al dottorato Jessup aveva maturato un’ostilità verso il mondo accademico e il dipartimento di Astronomia, ostilità che si esprimeva a volte in violenti scoppi d’ira. Durante il lavoro in Sudafrica, Jessup non si atteneva alle regole, non si comportava in modo consono al suo ruolo di assistente, e tentò perfino ripetutamente di farsi nominare capo dell’Osservatorio.

Per l’Università Jessup aveva anche viaggiato in Messico, dove ebbe i primi contatti con gli antichi monumenti che in seguito contribuiranno ad ispirare le teorie “revisioniste” di cui fu uno dei pionieri. Durante gli anni della depressione Jessup trova un impiego tramite il Department of Agriculture, per conto del quale va in Brasile con un team di scienziati incaricato di effettuare degli studi sulla gomma grezza. Di ritorno trova lavoro come fotografo per il Carnegie Institute, in una spedizione archeologica organizzata per studiare le rovine delle antiche civiltà in Mesoamerica.

In questo modo negli anni successivi Jessup visita Perù e Messico dove approfondisce la sua conoscenza delle rovine Maya, Inca e pre-incaiche. L’argomento lo affascina al punto da decidere di rimanere lì a sue spese per continuare gli studi.

Nel 1954 finisce la disponibilità di denaro e torna negli Stati Uniti, dove trova un impiego come rivenditore di pezzi di ricambio per automobili. In questo periodo comincia a fare ricerche d’archivio per il suo primo libro “forteano” sull’argomento UFO, un classico degli albori dell’ufologia, The Case for the UFO, che uscì nel 1955. Il libro, in cui Jessup riprende una serie di aneddoti della casistica delle “anomalie scientifiche” e non solo (meteorologiche, astronomiche, ma anche fatti di cronaca etc.) e li reinterpreta in senso ufologico[2], collegandosi anche alle teorie “revisioniste” della storia nate in ambito di matrice teosofica (Atlantide, Mu, Lemuria).

Tenuto conto dell’argomento, tutto sommato ‘di frontiera’, ma spinto da un tour promozionale che Jessup intraprende, il libro è un successo editoriale, che spinge l’editore a insistere con Jessup affinché produca altri testi sul tema. In questo stesso periodo Jessup comincia ad avere contatti con le personalità ufologiche del tempo, tra cui una corrispondenza con Gray Barker, che è più giovane di 25 anni ed è trattato da lui un po’ come un “allievo”.

Incitato dall’editore e da numerose lettere dei lettori, Jessup pubblica nel 1956 UFO and the Bible, in cui anticipa il fortunatissimo filone dei collegamenti tra il fenomeno UFO e il testo sacro, e The UFO Annual, un “almanacco” della casistica più recente; e nel 1957 The Expanding Case for the UFO, una sorta di “sequel” della sua prima opera in cui riprende il filone delle anomalie “forteane”, ma concentrandosi soprattutto su quelle astronomiche. Questi ultimi libri non hanno lo stesso successo del primo, e già nel ’58 Jessup fatica a trovare un editore.

Uno sguardo sull’opera. In UFO and the Bible, Jessup precorre il noto The Bible and Flying Saucers di Barry Downing, che a sua volta precorre l’opera di persone come Erich von Daniken e Peter Kolosimo o, più di recente, John Milor o il nostrano Mauro Biglino. È un’opera “seminale” sul tema, che si limita, in realtà, ai riferimenti più evidenti e citati, come il carro di fuoco che rapì Elia, il fatto che gli dèi vengono sempre dai cieli dove risiedono, la ruota di Ezechiele, l’ascensione di Cristo, e via dicendo. La Bibbia è secondo Jessup una “miniera di dati sugli UFO”. Ovviamente interpretandola in chiave ufologica, sulla scia del criterio di metodo, seguito anche dagli altri citati più sopra, che quanto scritto nella Bibbia o in testi simili debba essere preso in senso letterale e non come opera di fantasia o reinterpretandolo quale mito, in chiave simbolica. Jessup esprime l’idea molto “forteana” che scienza e fede debbano cessare di essere in conflitto ed unire i loro metodi in vista dell’obiettivo comune che è la verità. Per lui l’immateriale è una realtà non dubitabile, e lo scopo del ricercatore della verità dev’essere quello di individuare una “terza via” tra scienza e fede, che nella ricerca tenga conto, allo stesso tempo, sia del mondo materiale sia dell’immateriale. Cita Swedenborg come esempio di “contattista ante litteram”.

La cosa più curiosa, che non ci si aspetterebbe di trovare in un libro ufologico, è una lunga esegesi completa – che occupa la seconda metà del libro – dell’intero capitolo 13 del Vangelo Secondo Marco. Da tale lavoro di interpretazione (che contraddice un po’ i criteri metodologici in precedenza delineati), Jessup trae la conclusione che Gesù fosse un messaggero sceso da velivoli extraterrestri; e quella, un po’ meno originale, che predisse (tramite una vera facoltà di prescienza) qualcosa riguardo ad un tempo futuro in cui ci sarà un cataclisma, annunciato da certi “segni”, i cui sopravvissuti saranno portati in cielo – cioè laddove abitano gli extraterrestri, come selezione per una nuova generazione razziale per la risorgenza dell’umanità dopo la catastrofe.

In The Expanding Case for the UFO Jessup premette un concetto epistemologico interessante: quello dei diversi ordini di possibilità delle ipotesi. Dopo tale premessa (che gli serve per giustificare la peculiare sua teoria ufologica in quanto avrebbe un ordine di possibilità superiore rispetto alle altre teorie avanzate per spiegare il fenomeno), anzitutto ripercorre le categorie di fenomeni anomali già attraversate nel libro del ’55, aggiungendo aneddoti soprattutto per quel che riguarda le anomalie nell’osservazione astronomica, e specialmente nell’osservazione della Luna. Molte delle anomalie astronomiche che Jessup cita, è bene dirlo, si sono chiarite – con il progresso delle tecnologie per l’osservazione astronomica – come dovute a errori di osservazione. In un tempo in cui gli strumenti non consentivano una precisione adeguata a cogliere l’immagine di oggetti particolarmente piccoli, o sotto una dimensione-soglia di visibilità, in diversi contesti osservativi, certi oggetti potevano sembrare “intermittenti” o presentare diverse caratteristiche a seconda del momento di osservazione.

Un’ultima parte del libro è dedicata a sostenere l’idea che gli attuali Pigmei sarebbero i più puri e diretti discendenti di quella popolazione terrestre tecnologicamente avanzata che, 12000 anni fa, lasciò il pianeta a causa di un immane cataclisma (e che sarebbe quella cui le annotazioni dell’ed. Varo farebbero riferimento). Jessup gioca sulla somiglianza di statura degli “omini verdi” con i Pigmei e con il “piccolo popolo” che ritroviamo nel folklore di molte culture e tradizioni; considera questi indizi fondati per tale discendenza, così come il fatto che i più grandi monumenti dell’antichità – le Piramidi così come quelli che egli stesso poté visitare anni prima in Mesoamerica, i “megaglifi” di Nazca e così via – presentano spesso cunicoli e passaggi troppo stretti per uomini delle “nostre” dimensioni, ma che calzerebbero a pennello per una popolazione simile a quella pigmea. Anche i Pigmei, nel loro folklore, hanno una figura divina – Puluga – che vive in cielo, in una casa di pietra, con una “donna verde” che si è creata da sé. Prendendo tutto ciò letteralmente, Jessup ha buon gioco a concludere che tutte le popolazioni antiche si trovarono in varie occasioni a contatto con esseri simili ai Pigmei, che rappresenterebbero esemplari dei discendenti dell’umanità attualmente risiedenti nello spazio prossimo alla Terra, e che anche attualmente “contatterebbero” l’umanità. Il libro si chiude infatti con alcuni esempi di casistica più recente in cui gli alieni sono descritti come “piccoli” – uno di questi esempi è tratto proprio dal Saucerian, una delle testate ufologiche di Gray Barker.

Nasce l’Esperimento di Filadelfia. Riprendiamo il racconto dove l’avevamo lasciato: Jessup ha pubblicato gli altri tre suoi libri sulla tematica UFO, a tempo di record, ma questi non ottengono lo stesso successo del primo, e così l’autore comincia a trovarsi in difficoltà. Nel frattempo, nel 1956, in una scatola piena di lettere da parte di lettori che l’editore periodicamente gli passava, Jessup trova una strana lettera firmata “Carlos Miguel Allende”. In essa, il suo misterioso corrispondente – che scrive in modo bizzarro, con frequenti errori di sintassi e compitazione e un uso peculiare di punteggiatura e maiuscole – tenta di dissuadere Jessup dal proseguire la sua opera di divulgazione e coinvolgimento delle masse, intrapresa con il primo libro e il relativo tour promozionale. Jessup usava infatti, sia nei suoi libri sia alle conferenze che teneva, incitare i lettori o gli uditori a formare gruppi di studio autogestiti sul fenomeno e, contemporaneamente, cercare di indurre il governo americano a stanziare più fondi per la ricerca sulla gravità, invece che sull’atomo, dato che, nell’interpretazione di Jessup, il fenomeno UFO nel presente e nel passato indica che i segreti del viaggio interstellare stanno appunto in una tecnologia particolare che sfrutta effetti antigravitazionali più che chimici od atomici.

“Allende” – Allen fa riferimento a presunti esperimenti, di cui uno avvenuto nel 1943 a Philadelphia, le cui conseguenze “terribili” mostrerebbero l’estrema pericolosità di studi di questo tipo. Allen parla di un cacciatorpediniere che, sottoposto a certi impulsi elettromagnetici, scompare sotto i suoi occhi (lui era su una nave posta lì vicino per controllare l’esperimento, la S.S. Furuseth) per poi riapparire pochi istanti o minuti dopo. Le conseguenze sulla ciurma sono terrificanti: alcuni svaniscono nel nulla, altri riappaiono con i corpi in parte inglobati all’interno del metallo delle pareti nave, altri ancora muoiono sul colpo. I sopravvissuti impazziscono tutti; alcuni di essi presentano sintomi collaterali come quello che Allen chiama “Go Blank”, cioè all’improvviso si bloccano come congelati, e/o diventano a tratti invisibili.

La prima lettera di Allen a Jessup segna l’atto di nascita di un mito moderno tra i più intriganti e fortunati: quello dell’Esperimento di Filadelfia. Jessup sulle prime si interessa, e risponde ad Allen chiedendo maggiori informazioni. La successiva risposta di Allen arriva mesi dopo e non contiene molte informazioni in più. Allen non fa nomi, a parte alcuni suoi compagni della Furuseth (“Richard Price”, “Mowsely”, “Conally”); dice di non ricordare bene le date, i luoghi, il nome della nave che scomparve. E propone a Jessup di sottoporlo all’ipnosi e al siero della verità, il Sodium Pentathol. A questo punto Jessup si disinteressa della questione, probabilmente pensando di avere a che fare con un megalomane o quantomeno una fonte poco credibile.

L’anno successivo, però, Allen torna, indirettamente, nella sua vita. Jessup riceve un invito da parte di due ufficiali dell’ONR, Sidney Sherby e George Hoover, per parlare di qualcosa che ha a che fare con il suo libro. Come abbiamo scritto nell’introduzione, si tratta della copia “annotata” di The Case for the UFO, che era stata inviata da Allen all’ONR di Washington nell’aprile del 1956 e che i due giovani ufficiali si erano preoccupati di far trascrivere e stampare, a proprie spese e in via ufficiosa, in un numero limitato di copie per la diffusione, tramite la Varo Manifacturing Company, che spesso lavorava su commissione per l’ONR. Allen era indirettamente incappato nelle persone giuste. Infatti, sebbene avesse indirizzato la copia annotata all’ammiraglio Furth, che se ne disinteressò, Sherby e Hoover lavoravano presso la stessa sede e avevano maturato un interesse personale nel fenomeno UFO. Sherby in particolare vi si era coinvolto dopo che un suo pilota, durante un volo, ebbe visto un disco volante luminoso in formazione con il suo aereo per 5-10 minuti[3].

Sherby e Hoover contattano Jessup per cercare di comprendere meglio il significato delle bizzarre annotazioni. I tre si incontrano a Washington nella primavera del ‘57, forse in più di un’occasione. Jessup però riconosce subito lo stile peculiare di quelle scritture a margine: è infatti identico a quello delle strane lettere ricevute l’anno precedente (che in seguito Jessup consegna ai due ufficiali). A quanto pare, quindi, almeno uno degli annotatori era lo stesso Carl Allen. Il fatto che Allen sia l’annotatore del libro di Jessup fu confessato poi da lui stesso (sebbene poi abbia ritrattato, e dopo ancora riconfermato), ed è un fatto accettato praticamente dalla totalità dei ricercatori sul tema, compresi i più cospirazionisti, come ad esempio Charles Berlitz e William Moore, autori di The Philadelphia Experiment: Project Invisibility del 1979.

Sembra che la copia originale annotata rimanga a questo punto nelle mani di Jessup. Ivan Sanderson, altro scrittore e ufologo “forteano” e amico di Jessup, che in seguito esporrà queste vicende nel libro Uninvited Visitors (1967), testimonia infatti di averla ricevuta da lui nell’ottobre del 1958. L’amico si era recato a New York per affari e ne aveva approfittato per una visita a Sanderson. Nei ricordi di Sanderson

c’era circa una dozzina di persone presenti. Ad un certo momento Morris chiese a tre di noi se poteva parlarci in separata sede. Appartatici, ci consegnò la copia originale riannotata e ci chiese di leggerla con attenzione, quindi di metterla al sicuro ‘in caso gli fosse accaduto qualcosa’. Tutto ciò all’epoca ci sembrò molto teatrale ma, dopo aver letto il libro, dovemmo ammettere di essere stati invasi da un sentimento collettivo di natura decisamente sgradevole.[4]

È il vostro Morris Jessup, che vi parla dall’aldilà. Sanderson ricollegò questo presentimento al suicidio di Jessup che avvenne disgraziatamente nel 1959. Il 20 aprile di quell’anno Jessup fu trovato morto nella sua auto a Dade Conty Park, presso la sua casa di Coral Gaves, Florida. Si era ucciso con i motori di scarico dell’automobile. Alcuni ufologi e scrittori del mistero tentarono, riuscendoci, di costruire su questa morte un mito cospirazionista che ancora oggi resiste.

Questa storia nasce proprio in un libro di Gray Barker del 1963 dedicato a Jessup, alla sua morte e all’ed. Varo del suo libro, The Strange Case of Dr. M. K. Jessup, in cui Barker argomenta appunto in favore dell’idea dell’omicidio e intervista in proposito un amico ufologo, Richard Ogden, il quale sostiene l’ambiziosa ipotesi – ben poco riscontrabile nei fatti – che Jessup avesse ricevuto poco prima della morte una musicassetta con la registrazione di suoni ipnotici che avrebbero contenuto un’induzione al suicidio. “Nessuno può resistere all’ipnosi tramite onde sonore”, afferma Ogden.

La realtà è probabilmente più prosaica di così. Persone che in vita erano state vicine a Jessup non hanno dubbi. Il periodo era già da più di un anno critico per il ricercatore. Anzitutto si era separato di recente dalla seconda moglie. Faceva fatica, come abbiamo visto, a trovare un nuovo editore interessato ai suoi scritti. L’ambiente scientifico e accademico, dato il carattere pseudoscientifico del suo approccio, l’aveva emarginato completamente (mentre invece Jessup si sarebbe aspettato un ampio riconoscimento). Dopo la visita a Sanderson, era andato per sei settimane in Florida, dove ebbe un brutto incidente d’auto che minò la sua salute. Poco prima del suicidio, aveva inviato alcune lettere a parenti ed amici, da cui emergeva una pesante depressione.

In una lettera del 1983 di John Keel a Robert Goerman, due ufologi che si sono interessati a vario titolo del caso (e che incontreremo ancora), Keel sottolinea come le lettere di Jessup fossero “i tipici messaggi pre-suicidio di una persona depressa”; oltre a rendere noto come Jessup pensasse alle lettere e le annotazioni di Allen come una burla, come le avesse annotate a sua volta ridicolizzandole, e come considerasse l’intera vicenda un caso di disturbo mentale. Di più: Keel arriva ad affermare, in modo molto chiaro, che la truffa non fu intenzione di Allen, ma della Varo Mfg. Co., dato che tutti loro sapevano bene, prima dell’uscita dell’ed. Varo, che le annotazioni erano di pugno di Allen. Secondo quanto scrive, Jessup suggerì a Sherby e Hoover di buttare la copia annotata nel cestino della carta straccia; e invece, accusa Keel con amarezza, loro ne fecero un caso ufologico.

Non sono possibili molti dubbi quindi sulla natura della morte di Jessup, sebbene alcuni speculino sul presunto fatto che, il giorno prima di uccidersi, l’autore avrebbe programmato un incontro con l’amico J. Manson Valentine per parlare proprio dell’Esperimento di Filadelfia. Ad esempio, è notevole osservare come la vicenda di questo ultimo incontro si modifichi nei testi di Charles Berlitz, altro “creatore di miti” del secolo scorso, tra i principali responsabili della leggenda del “triangolo delle Bermuda”. In The Bermuda Triangle (1975) afferma che Valentine attribuisse il suicidio di Jessup alla depressione e che negli ultimi tempi si fosse formato un’idea definitiva sull’esperimento di Filadelfia, facendolo derivare da un’esagerazione di normali esperimenti di “degaussing[5]”. Quest’idea sarà sposata in seguito da più parti. William Moore, co-autore del libro sull’esperimento di Filadelfia con Berlitz, la sosterrà negli ultimi anni della sua vita. Lo stesso Allen, come vedremo, nelle ultime dichiarazioni fatte sul tema indicherà un’operazione di “degaussing” come inizio dell’esperimento che però, secondo lui, portò ad altri risultati inattesi.

Sia come sia, in Without a Trace (1977), libro in cui Berlitz parla anche ad esempio dell’Arca di Noè e di Atlantide, l’autore cambia versione sulla vicenda di Valentine, raccontando una storia (ripresa nel libro del ’79) che lascia ben altre porte aperte: Jessup avrebbe incontrato Valentine dicendogli di aver raggiunto conclusioni definitive sul Phil. Exp. e di aver preparato una bozza da discutere con lui; Valentine lo invita a cena e Jessup non si fa vedere; il giorno dopo lo trovano morto. A partire da quest’altra versione, si comprende come sia possibile per molti speculare – diciamolo nel linguaggio cospirazionista – che Jessup fosse riuscito a “sapere troppo” sulla vicenda e che, prima che potesse “parlare” con Valentine, fosse stato “fatto fuori”.

Una delle ultime lettere scritte da Jessup è un’altra conferma dello stato di depressione generale che colse l’autore negli ultimi anni della sua vita, e apre una finestra sull’ultimo capitolo della sua vicenda umana. Negli ultimi tempi infatti Jessup aveva cominciato a interessarsi anche di medianità, parapsicologia e spiritismo. A metà aprile del 1959 “Long John” Nebel, radio host, presentatore del talk show radiofonico sul paranormale “Long John Nebel Show”, riceve una lettera dall’amico Jessup. La lettera presenta un tono pesantemente disperato, che lo stesso Nebel, come Keel, descrive come il tipico “messaggio di un suicida”; ad esempio Jessup vi afferma che preferisce “il rischio di un’altra esistenza in questo o in un altro universo piuttosto che continuare in questo mondo miserabile”. C’è anche una richiesta atipica: la richiesta di fare una seduta spiritica in diretta, per contattarlo dopo la sua morte. La vedova Jessup però, tramite il suo avvocato, riesce ad impedire che tale uso della memoria del defunto marito sia fatta in radio, sebbene fosse parte delle volontà dello stesso.

Di fatto, nonostante tale impedimento, pare che Jessup sia stato realmente “ricontattato”, varie volte, in forma spiritica. Anna Lykins Genzlinger pubblicò nel 1981 il libro The Jessup Dimension, per i tipi della Saucerian Press di Gray Barker, nel quale affermava di essere stata in contatto con lo spirito di Jessup – che chiamava affettuosamente “Ketch”. Il 20 aprile 1979, come ebbe a raccontare, la Genzlinger andò a Coral Gables, in auto, guidando fino al punto dove Jessup fu trovato morto, e “sentì” la presenza di Ketch per l’ultima volta – sperimentando ciò che egli dovette sperimentare vent’anni prima, sentendolo lasciare questo mondo e lei, per “morire un’altra volta”.

Ma non solo. Nel libro The Philadelphia Experiment Chronicles del 1994 troviamo il resoconto di un presunto contatto con lo spirito di Morris Jessup avvenuto durante una seduta spiritica guidata da un medium che non viene nominato. Lo spirito racconta di essere stato portato, dopo la morte, in un velivolo su Venere (la Venere del mondo spirituale), in un edificio fatto di “vetro metallico” e di aver incontrato lì persone dalla pelle bianca, ma di bassa statura e dall’aspetto “negroide”, che lo avrebbero incaricato di svolgere un compito consistente nel contatto telepatico con uno scienziato terrestre, vivente – il quale non sarebbe consapevole di tale contatto – per ispirarne la ricerca. Lo spirito afferma inoltre di trovarsi non nella quarta dimensione, bensì in un piano di esistenza “molto vicino al vostro, ma leggermente distaccato dal piano fisico”, e che se si trova lì, è grazie ad “una qualche tecnologia sviluppata dai Venusiani”. Sostiene che i dischi volanti visitano da molto tempo il pianeta Terra, e che l’umanità sta sperimentando un aumento del grado di consapevolezza, il che spiega l’aumento di avvistamenti UFO nel nostro tempo. Afferma anche, però (forse con un pizzico di rimpianto?), che durante la vita terrestre non ne ebbe mai visto uno.

Fine prima parte


[1] Il punto intorno cui le tre vite di Jessup, Allen e Barker si incontrano, vale a dire l’ed. Varo di The Case for the UFO e le annotazioni a margine che vi si trovano pubblicate, è stato oggetto di un altro nostro approfondimento, “Galacticly Speaking”, cui rimandiamo per i relativi aspetti della vicenda che qui non saranno trattati.

[2] Rimandiamo, appunto, a “Galacticly Speaking” per notizie più dettagliate su questo libro e sulla sua ‘edizione annotata’, di cui più avanti.

[3] Queste informazioni emergono da un’intervista che l’ufologo Kevin Randle riuscì ad ottenere da Sidney Sherby nel 1970.

[4] Dal numero del 4 settembre 1968 del giornale della Society for the Investigation of the Unexplained di Sanderson.

[5] Con “degaussing” s’intende un’operazione, sperimentale negli anni di cui stiamo parlando, in cui una nave veniva avvolta da cavi elettrici per creare un campo magnetico che la rendesse invisibile ai torpedo tedeschi a ricerca magnetica. Ovviamente l’operazione di degaussing non aveva alcun effetto sulla visibilità ottica.

di Vincenzo Moggia

Illustrazione in copertina di Andrea Stendardi


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Scorie Vincenzo Moggia


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